
E’ difficile parlare di come andare incontro alla morte quando si è nella sofferenza. Lo è sempre stato. Ma di questi tempi lo è ancora di più, specie quando si pensa di andare a quel terribile traguardo anticipando volontariamente il suo arrivo, per evitare la pena di un’attesa e di una disfatta non più considerata sopportabile. Non ne vale la pena, si dice. E allora basta. Eppure ci può essere una strada diversa. Ed è quella suggerita dalla storia di un giovanissimo, Enrico Pregliasco, morto a non ancora 18 anni, nel 2014, colpito da un tumore al cervello. La sua vicenda si snoda e si evidenzia in provincia di Cuneo. L’ha raccontata Ezio Delfino nel suo libro pubblicato da Rubbettino dal titolo “L’incredibile bellezza della fragilità – Storia di Enrico, un giovane ‘consegnato’ alla speranza”, nella collana “L’avventura dell’esperienza” diretta da Florindo Rubbettino e da me, nata per raccogliere testimonianze ed esperienze di vita rinnovata come tracce di una rinascita del nostro Paese. Enrico testimonia un modo diverso di vivere il cammino verso l’addio alla vita. In forza di una Grazia che lui dimostra essere possibile. Le pagine 45-48 di questo libro raccontano quello che è successo. Leggiamole.

Il salotto della casa della famiglia Pregliasco a Roreto di Cherasco è diventato in quei mesi il piccolo mondo di Enrico, un universo sospeso tra il silenzio degli ambienti domestici e il rumore della vita che continua fuori. È la sua fortezza, il suo rifugio, ma anche il suo campo di battaglia. Una sedia accanto al suo letto, sistemato appositamente nel salotto, diventa l’appoggio per un “pellegrinaggio” di tante persone, che entrano in quella casa per una visita o un semplice saluto. Vi si siedono Maria e Claudio, per lunghe ore accanto al figlio, ma a turno anche gli amici, i parenti, i medici.
Quel particolare pomeriggio, a occupare la sedia accanto al letto è lo psicologo del reparto di Pediatria dell’ospedale di Savigliano, una presenza discreta, ma essenziale nel cammino di questo giovane malato di tumore. Il ruolo dello psicologo, in una situazione come questa, va ben oltre la terapia. Il suo compito non è curare il corpo, ma prendersi cura dell’anima, sciogliere i nodi di paura, rabbia e disperazione che inevitabilmente si annidano nel cuore di un ragazzo ammalato e della sua famiglia. È un lavoro di ascolto profondo, di accoglienza senza giudizio, di sostegno incondizionato… Ha anni di esperienza e il suo volto, segnato dalle storie di tanti ragazzi, è un misto di compassione e di forza. Quando arriva, la mamma di Enrico lo accoglie con un sorriso stanco, ma pieno di speranza. «Posso lasciarvi soli?» chiede. «Sì, Maria, grazie» risponde lui, con voce calma e rassicurante.
La donna esce dal salotto, chiudendo la porta con delicatezza. Il silenzio si fa più denso, un silenzio d’attesa. Enrico è sdraiato nel letto, il suo volto è pallido e stanco, gli occhi sono fissi sul soffitto. Lo psicologo si siede e attende. Non c’è fretta. Solo un tempo sospeso, il tempo necessario per costruire un ponte tra due anime.
Comincia il loro dialogo; è fatto di poche parole e di tanti silenzi, di sguardi che parlano più di qualsiasi discorso. Enrico, solitamente schivo, quel pomeriggio si apre inaspettatamente. Parla della paura, della stanchezza, della rabbia per un destino che non ha scelto. Parla dei sogni messi in un cassetto, della vita che sente scivolargli tra le dita. E il medico, con la sua presenza pacata e attenta, lo ascolta. Non lo interrompe, non lo giudica. Ascolta il dolore, l’inquietudine, la sua profonda domanda d’essere. Ascolta la sua anima. E in quell’ascolto, in quella condivisione qualcosa si sblocca. Enrico comincia a parlare anche della sua fede, della sua amicizia con Dio che in quel momento di prova gli sembra così lontana, quasi persa. Parla del desiderio di lottare, ma anche della paura di non farcela. Ed è lì che lo psicologo pronuncia quelle parole che, per Enrico, diventeranno come un faro nella tempesta. «Enrico – gli dice – lottare è importante. Ma c’è un momento in cui, se la lotta diventa un peso insostenibile, è giusto fermarsi. Non è rassegnazione. È un atto di grande coraggio. È la “consegna”».
Sono trascorsi quasi tre quarti d’ora dall’inizio del colloquio. Quando la porta si apre e mamma Maria rientra nel salotto, una scena inaspettata si presenta ai suoi occhi. Enrico è ancora lì, sul suo letto, ma il suo volto non è più teso e sofferente. È tranquillo, quasi sereno. E il volto del medico, solitamente severo, appare illuminato da un sorriso profondo e sincero. La mamma, stupita e sollevata, si rivolge a lui con una voce che è un misto di speranza e di arrendevolezza: «Eh sì, Enrico si è rassegnato!».
Lo psicologo la interrompe, scuotendo leggermente la testa. «No, Maria – le dice con dolcezza – Enrico non si è rassegnato: Enrico si è “consegnato”!» Quelle parole risuonano nella stanza come un’eco di verità e di speranza. La rassegnazione è la resa, la sconfitta. La consegna, invece, è un atto di fiducia, un abbandono di sé, consapevole, a qualcuno. È l’accettazione della propria impotenza di fronte a una forza più grande, ma non per questo è rassegnazione. È, invece, un atto di libertà, un atto di fede.
Dietro la “consegna” di Enrico si nasconde qualcosa di più profondo, qualcosa che Maria ha percepito in tanti momenti passati accanto al figlio, ma che non è riuscita fin lì a mettere a fuoco. Quello che in cuor suo il figlio ha iniziato a vivere è la propria consegna al Mistero della vita, un presente che va oltre la comprensione umana e che spesso si svela proprio nel momento del dolore più acuto. È, la sua, una consapevole consegna al Signore, un atto di fiducia radicale nel Suo amore. Enrico, in quello spazio di dialogo con lo psicologo, ha compreso che non doveva portare il suo dolore da solo. Poteva consegnarlo, affidarlo, metterlo nelle mani di Qualcuno più grande che lo avrebbe portato con lui.
C’è una ballata intensissima del cantante italiano Marco Mengoni che mamma Maria spesso riascolta nei momenti in cui, oggi, la nostalgia per il “suo” Enrico si fa forte. Si intitola Guerriero. È un brano con una melodia avvolgente e confortante su cui si appoggia un testo dal fortissimo significato emotivo. Tutti ci siamo sentiti dei guerrieri nell’affrontare situazioni difficili, ed Enrico, con la sua disponibilità d’animo, la sua forza interiore e l’amicizia desiderata e scoperta del Mistero presente alla propria vita, ne incarna l’immagine nel combattimento con quel suo “momento” di vita. È una canzone che descrive l’avvento di un Guerriero presente e misterioso che entra nella lotta del guerriero Enrico e con lui diventa protagonista nel combattimento contro il male. Anche Enrico non voleva smettere di lottare, ma da quel giorno inizia a farlo con la forza di un Altro, una forza che non proviene da sé stesso, ma che lo abbraccia e lo sostiene. E lui incomincia a saperlo, e ad amarne la compagnia discreta, ma certa. Il suo atto di “consegna” non rappresenta dunque la resa, ma un nuovo inizio, un’apertura verso una dimensione di pace e di speranza, perché egli comincia a sapere a Chi si sta consegnando e Chi è venuto a combattere con lui.

Ezio Delfino, che di Enrico è stato preside e poi anche amico (di lui e dei genitori), indica così il messaggio della storia di Enrico:
Non è un ragazzo che si professa devoto, ma la sua sensibilità religiosa emerge nella quotidianità, nei gesti, nel modo di guardarti, nei sorrisi donati, nonostante il dolore. È un esempio vivente di come si possa affrontare la sofferenza non con la ribellione, ma con la dolcezza di chi intuisce che la battaglia più grande è quella contro sé stessi, contro la propria paura.
La sua abitazione e le stanze degli ospedali che lo accolgono diventano in quei due anni punti di riferimento per parenti e amici: non luoghi di tristezza, ma centro di gravità da cui Enrico riesce a infondere speranza e forza a tutti. Compagni, famigliari, infermieri, medici, insegnanti: tutti sono attratti dalla sua aura di serenità, dalla sua capacità di trovare la gioia anche nelle piccole cose, in un raggio di sole che filtrava dalla finestra, in una battuta spiritosa scambiata con un infermiere, in una pagina di un libro letta ad alta voce da sua madre nella stanza d’ospedale. Enrico mostra che si può vivere intensamente anche di fronte alla sofferenza più grande, trasformando il dolore in un’occasione per amare di più, per essere più grati, per apprezzare ogni singolo istante.
La sua purezza e la sua forza disarmante lo rendono protagonista di una vita pienamente vissuta.




